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Un mare di plastica

“Nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci”. Questo il tragico destino di un ecosistema meraviglioso dove è arrivato il tempo d’invertire la rotta!

foto di Paolo Margari

I danni provocati dalle plastiche disperse negli ambienti marini sono molteplici.  L’impatto ambientale è di sicuro quello più visibile agli occhi di tutti, deturpando paesaggi superfici e fondali marini. Le plastiche, ancora allo stato originario, possono essere ingerite da pesci, uccelli, tartarughe e mammiferi acquatici. Comuni sono le immagini d’ingestione di sacchetti di plastica, residui di reti e nylon vari da parte di questi animali, che provocano, nella maggior parte dei casi, anche danni irreversibili. Il danno invisibile invece è quello delle micro e nanoplastiche dalle dimensioni molto piccole, invisibili ad occhio nudo (10-3,  10-6 mm): una volta prodotte da effetti ambientali come dall’irraggiamento dei raggi UV del sole, dalla temperatura ambientale o dalla presenza dell’ossigeno in atmosfera, poco si conosce sul loro destino. Purtroppo il Mare Nostrum non gode di buona salute. Il Mediterraneo rispetto agli oceani è considerato un piccolo mare infatti rappresenta solo l’1% delle acque presenti su tutto il pianeta. Nonostante il piccolo volume, ospita il 7% di tutte le plastiche causando la tragica morte di tartarughe e cetacei. Appurato che queste microplastiche vengono regolarmente ingerite dai pesci, è anche vero che poco ancora si conosce sugli effetti che questi inquinanti possono avere sui pesci stessi e soprattutto sull’essere umano che di questi pesci si nutre. Le attuali conoscenze sugli effetti negativi sulla salute umana dovuti al consumo di organismi marini (pesci, molluschi ecc) contenenti microplastiche sono molto limitate, difficili da valutare e ancora controverse, pertanto la valutazione del rischio per gli esseri umani è difficile. Sono urgenti e necessari studi approfonditi per quanto riguarda la potenziale esposizione e il rischio connesso per la salute associato alle micro e nanoplastiche. Recenti studi suggeriscono che le micro e nanoplastiche possono essere trasferite all’interno di diverse catene alimentari. Questi risultati sollevano notevoli preoccupazioni per quanto riguarda il loro bioaccumulo, aumentando i rischi e gli effetti tossici principalmente per i predatori posti all’apice della catena. Stessa preoccupazione sussiste per il mercurio, oggetto di studi nelle specie commestibili di grosse dimensioni come tonni e pesci spada.

Utilizzi alternativi

Esiste la possibilità che alcune forme di plastica o derivati possano essere positivi per l’ambiente. Si pensi a strutture che possano offrire rifugio ai pesci o essere base per la nascita di un substrato organico, come ad esempio i copertoni delle auto che in alcuni casi sono stati utilizzati per creare oasi di ripopolamento. I grossi manufatti in plastica in disuso, per la loro stabilità e inerzia, sono già utilizzati per la creazione di oasi sommerse, favorendo il ripopolamento di aree marine, ovviamente con la consapevolezza della loro quasi nulla biodegradabilità e produzione nel tempo di microplastiche.

Un’ inversione di rotta è necessaria

Nell’opinione comune il degrado di spiagge, scogliere e banchine sommerse da rifiuti di ogni genere è causato in gran parte dai pescatori. Una certa crescente coscienza ecologica da parte dei pescatori è comunque palese, spesso si osservano fermarsi a raccogliere rifiuti plastici sia a che terra che in mare aperto. Purtroppo però è anche vero che una parte del nostro popolo dimostra una forte maleducazione ambientale creando danni non solo all’ambiente ma anche per l’immagine della categoria. Necessarie sarebbero l’organizzazione puntuale, con ogni mezzo a disposizione, di campagne d’informazione e sensibilizzazione. Lasciare il proprio spot di pesca pulito significa ritrovarlo uguale la prossima volta che si va, oltre fare una buona azione di salvaguardia nei confronti dell’ambiente che ci ospita!

Le plastiche: oggi e ieri

Le plastiche sono macromolecole d’origine sintetica che, a seconda delle unità fondamentali che le costituiscono (monomeri), impartiscono alle stesse caratteristiche funzionati differenti. Nell’uso quotidiano conosciamo molto bene il polietilene (PE), il polistirene (PS), il polipropilene (PP), il cloruro di polivinile (PVC), il polietilentereftalato (PET) e altre che vengono utilizzate principalmente come imballaggi per alimenti e per la produzione d’oggetti di uso comune. Essendo le plastiche dei polimeri molto stabili e inerti, non si può parlare, una volta prodotte, di una loro tossicità intrinseca, quanto di un fenomeno d’accumulo nell’ambiente legato allo smaltimento. Le prime plastiche risalgono alla fine dell’800 con materiali derivati dalla cellulosa, ma solo negli anni ’60 del secolo scorso si è assistito al boom della loro produzione industriale e alla diffusione nella vita quotidiana. La plastica è costituita da molecole composte da lunghe catene di carbonio. Nel tempo, a causa dell’ossigeno, dei raggi ultravioletti e del calore ambientale, i legami chimici che tengono insieme queste catene s’indeboliscono o si rompono. A seconda del tipo di plastica e delle sue dimensioni, questi tempi possono variare ma rimangono comunque molto lunghi, centinaia e/o migliaia di anni, per la loro disgregazione.

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